La Città sul mare

allegoria scenica in due tempi dalla tavola dipinta di Ambrogio Lorenzetti

dalla presentazione di Enzo Carli

La Città sul mare

Nella Pinacoteca di Siena ci sono due tavolette rappresentanti l’una una città in vista del mare e l’altra un castelluccio solitario in riva ad un lago. Sono due dipinti che hanno dato e seguitano tuttora a dare non poco filo da torcere agli studiosi anche perché, non essendo frammenti abilmente ritagliati dallo sfondo di una più vasta composizione figurata (e basterebbe a dimostrarlo il diverso colore degli specchi d’acqua, verdastro quello del lago e di un azzurro carico quello del mare), costituirebbero le più antiche rappresentazioni di «paesaggio puro» di tutta la pittura europea e, come tali, riesce arduo congetturarne l’originaria designazione, mentre anche la loro paternità è tutt’altro che pacifica. Ma anche se continuamente vengono avanzate nuove proposte ed ipotesi, l’opinione prevalente è che abbiamo decorato cofani o legature per la conservazione di documenti pubblici, e che siano stati eseguiti da Ambrogio Lorenzetti, famoso pittore senese della prima metà del Trecento. Quanto all’identificazione dei luoghi, è estremamente probabile che almeno nella città sul mare sia da vedere Talamone, l’antico porto della Repubblica di Siena. E’ comunque difficile non avvertire il fascino che si sprigiona da questa tavoletta dove, a parte il rigore dello stile e la cristallina nitidezza delle forme, il pittore trecentesco è riuscito ad evocare lo stupefatto incanto di una città immersa nella gran luce e nel silenzio di un meriggio estivo, quando le strade sono deserte e senza ombre e l’unico segno di vita è dato da un navicello che con le bianche vele gonfiate dal maestrale bordeggia l’arida costa assolata: onde la rappresentazione della città , pur nella concretezza dei suoi caratteri urbanistici e architettonica e nella probabile fedeltà ad una precisa situazione topografica, appar frutto di fantasia e piuttosto che riferirsi a questa terra, anzi ad un lembo della terra toscana, sembra riflettere un ignoto, intangibile universo, sospeso in un clima di sottile magia che, in considerazione della venerabile età della pittura, ancora non oseremmo definir metafisico.

La consapevolezza di questo delicatissimo rapporto tra realtà e sogno nella tavoletta lorenzettiana ha fornito a Margherita Sergardi lo spunto iniziale, la cellula germinale per questa sua vasta «azione scenica» che intorno ad Ambrogio Lorenzetti, protagonista, ha convocato personaggi allegorici alcuni dei quali discendono dai celebri affreschi del Buono e del Cattivo Governo da lui dipinti nella «sala dei Nove» nel Palazzo Pubblico di Siena mentre il San Cristoforo è l’incarnazione di quello, gigantesco, affrescato circa settanta anni dopo da Taddeo di Bartolo sul limitare della Cappella interna dello stesso palazzo. Così, come Talamone da modesto borgo marino e mercantile per grazia dell’arte diviene un «paese dell’anima», miraggio ideale ai pellegrini che vi approdano dalle oscure procelle dell’esistenza, la simbologia aristotelica cui Ambrogio si ispirò nel suo ciclo di affreschi si riveste di una nuova sostanza umana e ne assume le passioni, i dolori, le inquietudini e le speranze. Impossibile dare una sia pur pallida idea non solo delle situazioni drammatiche, ma anche della vastissima tematica di pensiero onde s’intesse la vicenda ideata con fervidissima fantasia dall’autrice, della quale non si sa se apprezzare più la sincera appassionata profondità del sentire o la capacità di speculazione filosofica che attraverso figure e immagini di folgorante bellezza si apre verso infiniti orizzonti e volge ad indagare i momenti fondamentali della condizione umana: come annunzia l’«Uno», celeste personaggio in cui si adombra il mistero dell’ispirazione e che nell’architettura del dramma ha assunto, miracolosamente potenziandolo e dotandolo di facoltà demiurgiche, il ruolo dello «storico» negli Oratori sacri, il filo conduttore di tutto il lavoro va identificato nella «tendenza nel tempo degli esseri umani a ricercare Dio, per dare un senso più profondo all’esistenza». Ed effettivamente ogni pagina, bellissima da leggersi anche per il suo stupendo toscano ma di non minore efficacia scenica come ci avvedemmo nel corso di una indimenticabile recita nel Palazzo Pubblico di Siena, con il mirifico fondale della «Maestà» di Simone Martini, appar pervasa da una struggente ansia dell’inconoscibile.

Ma non è nei nostri propositi, né nelle nostre capacità sdipanare una trama estremamente complessa nella quale il mondo della Siena trecentesca, di cui Margherita Sergardi si dimostra precisa conoscitrice ed acuta interprete, mirabilmente si attualizza sottraendosi alle angustie del Tempo e della Storia. Quello che la gentile autrice ha chiesto al cultore d’arte antica, esperto soltanto, anche se con modestissimi strumenti, di «tecniche» troppo diverse, è, più ancora una verifica dell’attendibilità di certi riferimenti, una sorta di solidarietà nell’arduo cimento di penetrare la psicologia e la spiritualità di uno dei più complessi, e infondo misteriosi, personaggi della pittura del passato. Ora, quando anche non si volessero accordare alla fantasia di un autentico poeta, anzi, in questo caso, di una autentica poetessa le più ampie e libere facoltà, a confronto della legittimità delle operazioni intellettuali, o, se si vuole, delle «invenzioni» dell’autrice nei riguardi di un personaggio effettivamente esistito sarà opportuno, oltre che al corpus superstite della sua opera di pittore, di una novità e di un’arditezza per i suoi tempi talvolta persino sconcertanti, richiamarsi a quanto, certamente riecheggiando una ben radicata tradizione, ebbe a scrivere messer Giorgio Vasari di Ambrogio Lorenzetti il quale «avendo dato opera nella sua giovinezza alle lettere… furono i costumi (di lui) in tutte le parti lodevoli, e più tosto gentiluomo e di filosofo che di artefice».

Le parole del biografo aretino – alle quali si potrebbero aggiungere le altissime lodi tributate altre cento anni prima ad Ambrogio dal grande scultore ed orafo fiorentino Lorenzo Ghiberti («fu famosissimo e singolarissimo maestro… perfettissimo… uomo di grande ingegno» … etc.) – costituiscono dunque un autorevole e appropriatissimo avallo preliminare alla ideale ricostruzione che della personalità del pittore gentiluomo e filosofo ci ha dato Margherita Sergardi. E se qualche pedante vorrà osservare che tra i molti omaggi resi al Lorenzetti questo pecca forse di arbitrarietà e va oltre i limiti delle accertate conoscenze che di lui ossediamo, gli risponderemo che è l’unico che da tali conoscenze abbia saputo spremere delle «verità» effettivamente degne del genio del grande senese.

Enzo Carli

Casa Editrice Edam 1979

Edizioni del Leone 1989

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